
E come una variazione può trasformarsi in un eccesso
Quante volte, dopo aver mangiato qualcosa fuori programma, ti sei detta o detto: “tanto ormai…”?
È una frase comune, quasi automatica. Due parole che sembrano leggere, ma che spesso segnano un passaggio preciso. Perché il punto non è il cibo in sé, ma il significato che gli attribuiamo.
Dietro al “tanto ormai” non c’è necessariamente un eccesso. C’è, prima di tutto, la percezione di aver infranto una regola.
Il “tanto ormai” non nasce dal cibo
Il “tanto ormai” non compare necessariamente perché abbiamo mangiato troppo.
Compare quando pensiamo di aver fatto qualcosa che non avremmo dovuto fare. A volte basta poco: un biscotto in più, una fetta di torta, un pasto diverso dal previsto (o più pasti, come può succedere durante i periodi di festa come quelli natalizi).
Non è la quantità a fare la differenza. È l’interpretazione. In quel momento, nella nostra mente, non è successo semplicemente “qualcosa di diverso”, ma qualcosa di sbagliato.
E quando qualcosa viene etichettato come errore, il passo successivo può diventare automatico.
Quando un’eccezione smette di essere tale
Un’eccezione o scelte diverse rispetto a quello che avevamo previsto o ci eravamo prefissati, di per sé, non sono un problema; fanno parte della normalità di qualsiasi percorso alimentare e di qualsiasi vita reale. Diventa critica quando viene vissuta come una rottura irreversibile.
Immaginiamo
di dover attraversare un corridoio pieno di uova. Camminiamo con attenzione, concentrati, cercando di non romperne nessuna. A un certo punto, nonostante l’attenzione, ne schiacciamo una.
Potremmo fermarci, notare la disattenzione e riprendere a camminare con la stessa cura di prima.
Oppure possiamo pensare: “ormai è andata”. E da quel momento smettere di fare attenzione. Se il danno è fatto, tanto vale camminare senza più preoccuparsi di evitare le altre uova.
Il problema non è l’uovo schiacciato. È quello che succede dopo.
Perché ripulire un solo uovo richiede poca energia. Ripulire tutto il corridoio, invece, ne richiede molta di più.
Con il cibo accade qualcosa di simile, anche se ovviamente non parliamo di di disattenzioni o di cose che rompiamo, ma di scelte. Nel caso del cibo, non è l’eccezione iniziale a determinare l’eccesso, ma il pensiero che trasforma quell’eccezione in un punto di non ritorno.
È qui che il “tanto ormai” prende forma. La giornata viene considerata “andata”, il tentativo percepito come fallito, l’idea di rimediare sembra inutile. A quel punto, continuare a mangiare non è più una scelta consapevole, ma la conseguenza logica di quel pensiero.
Non è (solo) il cibo che spinge a proseguire. È la narrazione interna che ci raccontiamo.
Cosa succede in pratica dopo il “tanto ormai”?
Quando si attiva questo automatismo, spesso smettiamo di ascoltare i segnali del corpo. Fame e sazietà passano in secondo piano. Si continua non perché c’è un bisogno fisico, ma perché “ormai è andata”.
Contemporaneamente, l’attenzione si sposta al futuro: “da lunedì”, “dopo le feste”, “poi mi regolo”. La cura o l’attenzione viene rimandata, come se il presente non avesse più valore e anzi, potesse essere l’ultimo momento per goderne prima di “rimettersi in riga”. Il cibo, in quel momento, può diventare un modo per gestire frustrazione, delusione o senso di fallimento.
Non è una questione di forza di volontà. È l’effetto di una struttura mentale rigida, che non prevede margini.
Eccezione mentale, più che alimentare
È importante chiarirlo: quella che innesca il meccanismo è un’eccezione mentale, prima ancora che alimentare.
Lo stesso alimento, nella stessa quantità, può essere neutro per una persona e vissuto come una violazione per un’altra. La differenza non è nel piatto, ma nella regola interna che abbiamo costruito (che può dipendere da regole esterne che abbiamo interiorizzato).
Quando questa regola è molto rigida e non contempla alternative, anche una piccola variazione mentale e alimentare, può trasformarsi in un concreto eccesso anche calorico. Non perché l’eccezione sia grave, ma perché non esiste uno spazio intermedio in cui collocarla.
Perché diventa difficile riprendere
Il “tanto ormai” orienta subito il pensiero verso ciò che dovremo togliere in futuro: restrizioni, compensazioni, maggiore controllo. Si crea così una parentesi in cui il presente viene sospeso. In quella parentesi tutto sembra permesso, ma solo perché dopo arriverà la punizione o la restrizione.
Più questa dinamica si ripete, più diventa difficile tornare a un rapporto continuo e stabile con il proprio corpo. Non perché manchi la motivazione, ma perché si alternano eccesso e controllo, senza uno spazio di equilibrio.
Una domanda utile
Forse la domanda non è “cosa ho sbagliato?”, ma “tanto ormai, cosa? Cosa sento di aver rovinato? Cosa mi sto autorizzando a fare?”
Rendersi conto di questo passaggio può essere il primo modo per interrompere l’automatismo, senza entrare in dinamiche di punizione o di resa.
